Gli eventi culturali visti dai giovani delle scuole superiori

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L’agenda ritrovata per Paolo Borsellino

in Festival dei Beni confiscati alle Mafie / Milano by
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Il 31 Marzo si è tenuto un incontro molto interessante in una piccola ciclofficina di Milano. Questo semplice e modesto luogo è simbolo di una grande idea pensata da Gianni Biondillo, scrittore di numerosi gialli, Walter Palagonia, presidente dell’associazione Blu e Salvatore Borsellino, promotore del movimento dell’agenda Rossa, la famosa agenda di Paolo Borsellino, che non fu mai più trovata dopo l’attentato in via D’Amelio a Palermo. L’iniziativa portata avanti è quella di una ciclo-staffetta che coinvolgerà tutta l’Italia. Ma perché una staffetta così impegnativa che richiede tanto tempo e molta organizzazione? Perché è portatrice di un grande messaggio. Lo scopo della ciclo-staffetta, che partirà da Bollate il 25 Giugno (giorno dell’ultimo discorso pubblico tenuto da Paolo Borsellino) e che terminerà a Palermo il 19 Luglio (anniversario della morte del magistrato) sarà infatti quello di portare un’agenda rossa (proprio come quella di Paolo) fino a Palermo e a ogni tappa compilarla con qualche commento o con una semplice firma così da ricordare la grande opera di lotta alla mafia compiuta da Paolo Borsellino insieme a tanti grandi magistrati e uomini. Sarà quindi un evento che coinvolgerà tante persone da ogni parte del Paese che, come ha detto Salvatore Borsellino, portano l’agenda Rossa nel cuore.

Ma anche se sono tante, alla domanda: “La società ha una reale percezione della realtà in cui viviamo o non è abbastanza sensibilizzata sul tema della mafia?” Salvatore Borsellino ha ammesso che, nonostante siano sempre di più i giovani che aderiscono al suo movimento, le persone, in particolare quelle al Nord, non percepiscono una forte presenza mafiosa perché ormai le mafie hanno cambiato modo di agire.

Ad una successiva domanda sul rapporto che sussiste tra politica e mafia, Salvatore Borsellino dice che gli ultimi venticinque anni della storia dello Stato italiano sono stati direttamente influenzati da varie trattative tra Stato e mafia che costò la vita a molte persone che hanno deciso di opporsi, come ad esempio Paolo Borsellino. La prima trattativa stabiliva di eliminare del tutto i nemici dell’organizzazione criminale e i politici che non avevano mantenuto le promesse strette, fra cui i ministri democristiani che da sempre avevano stretto rapporti con la mafia e anzi avevano assicurato l’incolumità e l’impunità dei soci: infatti tutti i loro processi venivano affidati alla Corte suprema di Cassazione dove Corrado, magistrato italiano, li depennava finché l’intervento di Giovanni Falcone riuscì a riportare un po’ di giustizia nel Maxiprocesso di Palermo che coinvolse circa 475 imputati con diversi capi d’accusa e che si concluse con 19 ergastoli e pene detentive nonostante Riina, uno dei capi dell’organizzazione, avesse assicurato ai mafiosi che tutto si sarebbe concluso al meglio. Questo ebbe successivamente un risvolto negativo: attirò infatti verso Falcone, Borsellino, anche lui artefice del Maxiprocesso. Falcone e Borsellino vennero condannati a morte e altri personaggi importanti che, per salvaguardare la loro vita, chiesero ai servizi segreti di trattare con la mafia. La prima trattativa si concluse con la cattura di Riina dovuta al fatto che Provenzano, un’altra delle anime della mafia operanti in Sicilia, lo “vendette” perché aveva una politica diversa dalla sua, che prevedeva una sorta di alleanza con lo Stato: cercare di infiltrarsi in esso dando i voti a coloro che li sostenevano per ricevere in cambio aiuto. Da questi episodi nacque la seconda trattativa, condotta inizialmente da Marcello Dell’Utri, politico italiano, in cui la mafia si è preparata e si prepara tuttora ai prossimi rapporti con il potere e in particolare con il partito che governerà. Questi fatti reali hanno determinato gli equilibri del potere nel nostro Paese e la politica  non solo risulta manovrata in parte dalla mafia ma il suo sistema di potere è la diretta conseguenza delle trattative. “Questo”, conclude Borsellino, “è il nostro Paese, dobbiamo sperare per un futuro migliore a patto che non ci limitiamo a sperare ma combattiamo per far sì che la speranza diventi realtà e questo possono farlo i giovani”. Paolo Borsellino scrisse nella sua ultima lettera “Io sono ottimista” pur sapendo che in quello stesso giorno sarebbe morto ma era fermamente convinto che i giovani sarebbero riusciti a cambiare le sorti del Paese.

Alla domanda se sia mai successo che un criminale o un pentito si sia reso conto delle azioni empie che ha compiuto e abbia deciso di collaborare per la scoperta della verità e per estirpare il fenomeno della mafia, Salvatore Borsellino risponde che quelli davvero intenzionati a farlo sono veramente pochi. I pentiti infatti, nome che indica coloro che dapprima appartenenti ad un’organizzazione criminale decidono di collaborare con la giustizia, il più delle volte sono persone che decidono di passare dall’altro lato per avere unicamente sconti di pena, quindi sempre guardando i propri interessi. Salvatore però non dimentica di nominare quelle poche eccezioni alla regola: è il caso di Tommaso Buscetta, un tempo criminale italiano e membro di Cosa nostra, successivamente diventato collaboratore di giustizia. La mafia a cui lui apparteneva, dice Salvatore, perlomeno non ammazzava donne e bambini e quando si trovò di fronte alla mafia stragista di Totò Riina, che non guardava in faccia né donne né bambini, decise di unirsi allo Stato e le sue rivelazioni furono molto importanti per meglio comprendere la struttura e i vari aspetti di Cosa nostra. Senza di lui, dice, non si sarebbe neanche saputo che la mafia al suo interno si chiamasse Cosa nostra, nome sconosciuto fino al suo arrivo. Salvatore continua nominando tra le eccezioni anche Vincenzo Calcara, anch’egli membro di Cosa nostra e successivamente collaboratore di giustizia. Ai suoi tempi di criminale era stato incaricato di uccidere Paolo Borsellino con un fucile di precisione  tra Marsala e Palermo ma quell’attentato saltò ed egli, dopo essere stato accusato di aver rubato delle valige piene di droga e averle fatte sparire e resosi conto che presto lo avrebbero ammazzato, decise di andare a parlare con Paolo Borsellino. Dopo questo incontro Calcara ebbe veramente un cambiamento interiore e un salto di qualità che lo spinsero a dare il suo aiuto alla giustizia, nonostante fosse cresciuto come un mafioso. Salvatore continua dicendo che i pentiti sono perlopiù collaboratori di giustizia, molto importanti al punto che Giovanni Falcone e Paolo Borsellino hanno voluto una legislazione premiale per loro, ma ammette anche che di fronte ad uno di loro bisogna essere molto cauti e accertarsi della veridicità di quello che dicono.

Alla domanda se nutre speranza per questo paese Salvatore risponde che essa soltanto non serve a niente. Non basta sperare e soprattutto non basta aspettare che qualcuno faccia qualcosa per noi. “Dobbiamo agire, dobbiamo lottare, dobbiamo combattere. Altrimenti le cose non cambieranno mai”.

di Angela Iemmolo, Giorgia Pupo, Eleonora Santori

Intervista a Pif

in Festival dei Beni confiscati alle Mafie / Milano by
il giornale dei ragazzi e Pif

Prima dell’inizio della sua retrospettiva al Mic di Milano, in occasione del 5 Festival dei Beni Confiscati alle Mafie, noi del “Giornale dei ragazzi” abbiamo avuto modo di porre qualche domanda al regista e conduttore televisivo Pierfrancesco Diliberto, meglio noto come Pif. Col suo inconfondibile modo di fare, leggero (ma non superficiale!) e scanzonato, che gli ha permesso di realizzare e portare al successo un film che racconta dell’orrore della mafia con tono ironico e coinvolgente, il regista palermitano è stato disponibile a rispondere alle nostre domande, raccontando del tema della criminalità organizzata nella sua carriera artistica. Ciò che lo spinge e lo guida nelle sue scelte, sia in tv che sul grande schermo, è l’istinto, non certo la presunzione di insegnare qualcosa. “Non me lo potrei permettere, andavo malissimo a scuola”, ci ha confessato. L’approccio è più quello di denunciare, di raccontare qualcosa. A Pif è sembrato spontaneo trattare di un tema scottante come quello della mafia; è sembrato soprattutto doveroso capovolgere un detto della sua città natale: “la miglior parola è quella che non si dice”. La sua filosofia è racchiusa in una frase, sentita da un prete di Padova: “Io non so se riuscirò a cambiare questo mondo, ma di sicuro questo mondo non cambierà me”. E’ ciò che augura a tutti, a se stesso per primo: di riuscire a conciliare se stessi con la propria coscienza. La cosa fondamentale in questi tempi, in cui i mezzi (cellulari, social, etc…) sono a portata di tutti, è avere qualcosa da dire, avere un punto diverso dagli altri. Pensare prima a cosa dire, e dopo a come farlo. Dopo due film incentrati sulla mafia, l’artista ha ammesso la voglia di cambiare tematica, di raccontare anche altro, sebbene conservi il desiderio di fare un film sul maxi processo di Palermo (“un avvenimento storico, una vittoria incredibile per lo Stato”).

Il giornale dei ragazzi intervista Pif

Pif non ha avuto né parenti né amici vittime di mafia o mafiosi: “il motivo per cui ho fatto due film sulla mafia… non lo so… se fossi stato di Bolzano probabilmente avrei fatto un film sulle vacche che fanno il latte”. La motivazione deriva quindi dalle origini, ma anche dalla consapevolezza che “per molto tempo si è vista una cosa e se n’è fatta un’altra, che erano pochi quelli che raccontavano ciò che succedeva in città”. Come mai La mafia uccide solo d’estate ha avuto così tanto successo? Probabilmente perché per la prima volta la criminalità viene vista dagli occhi di un ragazzino, da un’ottica completamente diversa. Se nessuno ci ha mai pensato prima a raccontarla in modo così originale, è – secondo lui – dovuto ad una questione generazionale (oltre che ad un po’ di incoscienza, necessaria per trattare così questo tema). In quanto palermitano, inoltre, si sentiva a maggior ragione autorizzato a farlo. Ciò che sta a cuore a Pif (tanto da essere un aspetto sottolineato anche dal suo documentario Un gelato per Saviano, dedicato all’amico e scrittore napoletano) è cogliere, mostrare il lato umano delle vittime, di coloro che sono stati uccisi perché si sono opposti. Evitare di mitizzarli, come si tende a fare. Pensarli come gente normale, simili a noi, come effettivamente sono stati. Evitare quindi di delegare la nostra responsabilità, evitare di poter dire “io non sono Falcone”. La loro grandezza sta proprio in questo: nel loro non essere eroi, nell’aver fatto qualcosa che possiamo fare noi tutti.

– Gabriele Pirri

Le Anime nere di Gioacchino Criaco

in Festival dei Beni confiscati alle Mafie / Milano by
Gioacchino Criaco

Tra i vari ospiti presenti a questo ormai florido festival noi del Giornale dei ragazzi abbiamo avuto la possibilità di intervistare, a seguito dell’incontro tenutosi giovedì 30 Marzo al Liceo Classico Alessandro Manzoni di Milano, lo scrittore Gioacchino Criaco, autore di Anime Nere, American Taste, Zefira e Il Saltozoppo. L’incontro ha fatto parte del festival in quanto Criaco si è speso fin dal suo esordio per raccontare fenomeni come la mafia in Calabria, nel tentativo non tanto di denunciare ma di comprendere e spiegare cosa è successo nella sua terra – Criaco è calabrese -, cosa c’era il rischio che accadesse ancora e spiegare tutto questo agli altri. Un esordio e un percorso con un tema così importante carica un autore di responsabilità; Criaco ci ha raccontato di sentirne una in particolare, quella di raccontare ai ragazzi della sua terra i quarant’anni di cronaca nera che ha segnato la Calabria, senza dimenticare che i Calabresi prima sono stati anche altro, un popolo fiero che ha lottato per vivere nonostante le difficoltà.

Il suo primo libro, Anime Nere, è stato molto apprezzato anche in patria; la gente infatti, in particolare gli Aspromontesi, ha compreso il significato del libro, che comunicava tra le righe un importante messaggio di speranza: da dove si venga, qualunque siano gli impedimenti, ci si può porre degli obiettivi e realizzarli. Ogni ragazzo può scegliere per sé un futuro luminoso. Criaco ha iniziato a scrivere per cercare di ripagare un debito che sentiva nei confronti della sua patria e anche se non è ancora riuscito interamente nel suo obiettivo, sta facendo del suo meglio, ed è di sicuro sulla buona strada. Noi intanto possiamo solo essere grati che ci siano persone che si impegnano per diffondere questi messaggi di speranza, che sia tramite la politica, il teatro o la scrittura.

Mattia Borgonovo, Marta Pirovano e Alessandra Pulga

Anime nere - Gioacchino Criaco

Ragazzi, svegliate la città addormentata!

in Festival dei Beni confiscati alle Mafie / Milano by
inaugurazione festival (8)

Queste sono le parole di Pier Francesco Majorino, assessore alle politiche sociali, salute e diritti del comune di Milano che, durante il quinto festival dei beni confiscati alle mafie, ci ha rilasciato una breve intervista.

Ma perché il Comune dovrebbe sostenere queste iniziative?
Ci ha spiegato che la città di Milano non solo sostiene ma ne è anche promotrice, impegnandosi sia nell’area urbana sia in quella dell’interland.

E noi, nel nostro piccolo, come possiamo reagire e combattere la mafia?
L’assessore era estremamente convinto che noi giovani siamo essenziali per combattere le mafie, dato che abbiamo la possibilità di crescere con una mentalità differente e di cambiare il pensiero comune. Lui, per esempio, ci provò a 19 anni, partecipando ad una marcia di protesta, in seguito alla morte di Falcone.

Non ci ha chiesto di fare marce o di partecipare a manifestazioni, ma di agire come ci è possibile. “Svegliate la città addormentata”, ma soprattutto svegliamo noi stessi: la mafia è un problema vero, non inventato, che dovremmo affrontare ogni giorno.

– Giovanni Corrado, Alessandro Farru e Filippo Ferri

 

V edizione Festival dei Beni confiscati alle Mafie – gallery foto

in Festival dei Beni confiscati alle Mafie / Milano/Foto/Media Gallery by
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Cos’è la mafia?

in Festival dei Beni confiscati alle Mafie / Milano by
I ragazzi con il sindaco Giuseppe Sala

Durante l’inaugurazione del Festival dei Beni confiscati alle Mafie, sono intervenute molte personalità importanti per spiegarci, con una conferenza, cosa sia la Mafia. L’evento di inaugurazione della V edizione del Festival si è tenuto a Casa Chiaravalle, il più grande Bene confiscato alla Mafia nel Nord Italia, ampio ben 8 ettari.

Durante la mattinata, abbiamo partecipato ad una conferenza, nella quale sono intervenuti personaggi attivi nella lotta contra la Mafia. A presentare l’evento la presidente del Festival, Barbara Sorrentini, che ha introdotto l’argomento e gli ospiti intervenuti.

Il primo a parlare è stato l’assessore Pierfrancesco Majorino, che ha esposto gli obiettivi del Festival: raccontare la presenza nel Nord Italia delle organizzazioni mafiose e, al contempo, l’azione di riscatto dei Beni confiscati alle Mafie, sottolineando che la bellezza può nascere dalla nostra volontà di ricordare, per contrastarle, le azioni spregevoli compiute dalla Mafia.

In seguito è intervenuto il professor Nando Dalla Chiesa, che ha spiegato qual è l’unico modo per sconfiggere la mafia: conoscerla. Per farlo, il primo passo è capire quali sono gli obiettivi della Mafia a Milano, ossia ottenere potere insediandosi nel nostro quotidiano (bar, ristoranti, discoteche).

La presidente del comitato antimafia Carmen Manfredda ha esordito con un messaggio breve ma significativo: “L’antidoto alla mafia siamo noi”. La modalità di riconversione di Casa Chiaravalle ci è stata illustrata dalla presidente di Passepartout Silvia Bartellini. La casa diventerà abitazione di accoglienza per famiglie bisognose.

Umberto Ambrosoli, invece, ha nuovamente sottolineato che la Mafia deve essere combattuta da tutti, in particolare da noi giovani, e bisogna lasciar delegare la lotta ai cosiddetti “eroi”.

Questo concetto è stato ribadito anche dall’ex magistrato Gherardo Colombo che ha asserito che l’educazione alla legalità deve essere insegnata fin da piccoli nel quotidiano.

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Per ultimo è intervenuto il sindaco Giuseppe Sala che ci ha spiegato la crescente attrattività di Milano, città con una fiorente economia, che ha però lo svantaggio di attirare anche la Mafia. È dovere di noi giovani contrastarla. Dopotutto, come ci ricorda più volte la presidente di Libera Lucilla Andreucci, il cambiamento è possibile partendo da noi. L’esempio del coraggio e della forza di volontà di queste persone ci incoraggia ad  impegnarci a non chiudere gli occhi davanti alle ingiustizie e provare, pur nel nostro piccolo, a contrastarle.

– Martina Lorenzon, Elena Montiero, Sara Alice Scebba

Il Giornale dei Ragazzi al V° Festival dei Beni confiscati alle Mafie

in Festival dei Beni confiscati alle Mafie / Milano by
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Dal 30 marzo al 2 aprile si svolge a Milano il V° Festival dei beni confiscati alle mafie: quattro giorni per conoscere, visitare e ricordare i luoghi della città, un tempo appartenuti alla criminalità organizzata, oggi testimonianza e presidio della cultura della legalità. Keep Reading

Elif Shafak apre Bookcity (e le menti)

in Bookcity / Milano by
Elif Shafak

Solo il potere delle donne può abbattere le barriere, solo l’unione femminile può sfidare l’isolamento dei regimi.

La quinta edizione di Bookcity si è aperta all’insegna del cosmopolitismo in rosa, con una scrittrice, Elif Shafak, che viene da un Paese, la Turchia, che sta vivendo una fase di arretramento democratico. L’autrice di Tre figlie di Eva, intervistata dalla giornalista israeliana Rula Jebrael, è stata accolta al teatro Dal Verme da un grande pubblico, che ha assistito con entusiasmo al dono delle chiavi della città da parte del sindaco di Milano.

“Ho molte case – ha detto Elif Shafak -, Uk, Turchia e da questa sera anche Milano. Non si può rimanere bloccati all’interno di una sola identità perché la natura umana è fluida come l’acqua”. E la  sua identità non è certo univoca, ma si è modellata durante i suoi molti viaggi e la sua vita itinerante. Molti, però, ad esempio gli estremisti, ritengono che l’identità sia una e una sola e ciò, ha ricordato l’autrice, alimenta gli stereotipi. “Sembra che il mondo stia regredendo, fino a ritornare al tribalismo.” Si stanno diffondendo i nazionalismi, la xenofobia e l’isolazionismo. “Se vuoi rendere qualcuno arido dentro, devi solo isolarlo, cosa valida sia per le persone, sia per i Paesi e le culture”. Un Paese che costruisce muri fisici e ideologici non ottiene sicurezza (è solo un’illusione) ed impedisce gli scambi culturali e questo non è accettabile in un “mondo talmente globalizzato da non poter tornare indietro”. Proprio questa comunanza mondiale dovrebbe portare ad una collaborazione per difendere i valori democratici nella comprensione della diversità, non nell’uguaglianza, che è solo un’illusione. È normale avere paura e ansia, ma “i politici non sono mai riusciti a gestire le emozioni del popolo”. Il popolo della Turchia, condizionato dai cambiamenti e dall’incertezza, – ha detto la scrittrice – non è come i suoi politici, ma porta una speranza di democrazia. Soprattutto sono impegnate le donne turche, che oggi si ritrovano senza diritti e sempre più vittime di violenze, delle quali i politici sia non si occupano. Anzi,  chiamano ancora delitti d’onore i femminicidi e si schierano contro le donne, dicendo loro di comportarsi da “brave” musulmane. ”Tutti coloro che nel mondo sono interessati ai valori democratici dovrebbero dare il loro contributo per difenderli”. Oggi in Turchia, dopo il tentato golpe di luglio, le libertà di stampa e parola non ci sono più e molti intellettuali sono stati incarcerati, anche solo per un verso o un tweet ed è a questo punto che la scrittrice, interrompendo il discorso, chiede a gran voce la loro liberazione. “La Turchia non ha bisogno di altri colpi di Stato, ma di democrazia”. Il problema non è solo turco, dichiara l’autrice, ma sono a rischio valori fondamentali anche in Ungheria e Polonia, dove i regimi antidemocratici si servono di mezzi democratici per andare al potere e poi li aboliscono. “Io ho vissuto in Gran Bretagna sia prima che durante il referendum e ho visto che l’apertura al mondo è stata usata per mettere paura agli elettori. Una volta, mentre guidavo, ho visto un cartello su cui era scritto «Arrivano i turchi! Usciamo dall’Unione Europea prima che ci invadano» e sono rimasta stupefatta. La Turchia è stata un impero multiculturale, ma non ha saputo apprezzare il suo cosmopolitismo. Bisogna prestare attenzione all’evoluzione della Brexit, perché non commetta lo stesso errore della Turchia.”

L’Oriente e l’Occidente,  guardando sia al passato che al presente, si possono incontrare, non solo ad Istanbul – come ricorda la scrittrice nel romanzo “La bastarda di Istanbul” – ma anche nel resto del mondo.

Rula Jebreal con i ragazzi della redazione
Rula Jebreal con i ragazzi della redazione

Il Giornale dei Ragazzi torna a Milano per Bookcity

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Trasmettere una passione. Imparare facendo. E’ questo il senso del progetto Il giornale dei Ragazzi, che torna a Bookcity per la terza volta, dal 17 al 20 novembre 2016. Quest’anno la redazione è affidata alla 4ALFA e alla 4BETA del Liceo Classico G. Casiraghi di Cinisello Balsamo e alla 3CLSSA dell’Istituto di Istruzione Superiore L. Galvani, per un totale di 60 ragazzi tra i 16 e i 17 anni. Keep Reading

Il Giornale dei Ragazzi a Padova per Babele a Nord-Est

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Il Giornale dei Ragazzi approda a Padova, in occasione della prima edizione del Festival diretto da Vittorio Sgarbi. Le “chiavi” della redazione saranno affidate a tre classi, la 3G dell’Istituto Scalcerle e due classi di 4a dell’Istituto Tecnico Commerciale Calvi. In totale una settantina di nuovi giornalisti pronti ad esplorare i temi di Babele a Nord-Est.

Isabella Di Nolfo: pensando alle nuove generazioni

in Premio von Rezzori / Firenze by
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Intervista dell’8 giugno a Isabella di Nolfo, giornalista e ideatrice del Giornale dei Ragazzi

Cosa l’ha spinta a lavorare con i ragazzi, e di conseguenza a creare il progetto de ‘Il Giornale dei Ragazzi’?

A lavorare con i ragazzi mi ha spinto innanzitutto una grande passione per il mio lavoro. Io lavoro da tanti anni nei libri, nella cultura e con gli editori; so che l’Italia è un paese che fa fatica, perché tutti scrivono e pochi leggono, e per cercare di risolvere questo problema partendo dall’inizio bisogna lavorare con i ragazzi. Quando ho iniziato a lavorare con voi, l’ho fatto perché mi piaceva il vostro entusiasmo, la “purezza” dei vostri interessi, e soprattutto mi piace vedere che una persona pianta un seme e questo germoglia, e l’età in cui farlo, per quanto riguarda cultura e libri, è la vostra, terza e quarta liceo. Perché come dicevo oggi ai vostri compagni, in prima e in seconda siete impegnati a fare il salto, a diventare adulti e rinnovarvi come persone, in quinta giustamente avete l’esame di maturità in testa, mentre in terza e in quarta siete più sensibili, più recettivi, ciascuno di voi ha un germoglio interiore che si vede, basta gettare dei semi e ciascuno trova la sua strada. Infatti questa vostra esperienza me lo ha mostrato ancora di più, perché vi ho visto molto scettici all’inizio e poi un bel gruppone di dieci, quindici si è invece appassionato all’iniziativa.

A che età ha avuto l’“illuminazione” di diventare giornalista?

In realtà non sono diventata subito giornalista, io sono diventata prima ufficio stampa, che è un altro mestiere, è l’altra faccia della medaglia, è la persona che fa da tramite con i giornalisti, è presente in tutti i mestieri ma è particolarmente bello nel campo della cultura, perché sei la persona che da un autore, da un libro o da una casa editrice cerca di tirare fuori il senso, lo trasmette ai giornalisti che poi lo trasmettono, a loro volta, ai lettori. È la figura intermedia, per farlo al meglio ho deciso di sostenere un esame, e di iscrivermi all’ordine dei giornalisti, perché così sono alla pari con i miei colleghi, anche se in teoria non c’è nessuna legge che ti obbliga, se non nella pubblica amministrazione. Ho sempre avuto l’idea di lavorare nella cultura. Sono una persona estroversa e mi piace chiacchierare con la gente, perciò avrei voluto fare un lavoro di contatto con le persone, e poi perché mi piacciono i libri, le mostre e la musica. Non avevo ben chiaro che lavoro fare, per esempio l’ufficio stampa è un lavoro che in pochi conoscono, è un lavoro dietro le quinte e in tantissimi mi chiedono cosa sia, cosa significhi e si scopre solamente facendolo. A me è capitato per caso, perché una piccola casa editrice di Firenze, la Nardini, cercava un ufficio stampa, io ho preso contatto e da lì siamo cresciuti insieme, visto che non lo avevano mai avuto. Da lì è cominciata la mia carriera prima in Giunti, poi in Mondadori e in Electa.

La sua carriera ha inizio a Firenze, per poi spostarsi a Milano, sede delle grandi case editrici, giusto?

Esatto. In realtà avevo fatto un’incursione in un altro campo più imprenditoriale, quello del manager, e dopo un anno, anche meno, ho capito subito che non sarebbe stato il mio lavoro. Bisogna assolutamente fare le prove, così poi si scopre cosa si vuole fare veramente.

Cosa l’ha spinta a tornare a Firenze per collaborare con il premio G. von Rezzori?

Il premio von Rezzori lo conosco da tanti anni, è un premio che va avanti da dieci anni e alla seconda edizione avevo già collaborato con la Davis e Franceschini per fare l’ufficio stampa, lo seguo da tantissimi anni, conosco la Baronessa, spesso conosco gli scrittori, e quasi tutti i giurati, anche se ogni tanto cambiano, è un’iniziativa che seguo anche perché è a livello altissimo. Questo progetto de Il Giornale dei Ragazzi è iniziato a Milano, dove c’è una grandissima manifestazione che si chiama Books city, che coinvolge tutta la città per quattro giorni e gli eventi che ruotano intorno ai libri sono quasi mille. Ogni luogo della città, ogni palazzo, le scuole, le librerie e i monumenti storici sono invasi da scrittori e da presentazioni di libri o comunque discorsi intorno ad essi.  Mi era venuta l’idea di coinvolgere i ragazzi, rendendoli proprio protagonisti, e la cosa ha avuto subito tantissimo successo, i ragazzi di Milano fanno delle scelte, visto che ci sono centinaia di eventi da coprire, e quella è la cosa più interessante, vedere proprio cosa piace a voi, anche perché chi lavora nel settore va ormai avanti con il pilota automatico, e quindi ognuno racconta sempre le stesse cose, gli stessi eventi, invece prendere una classe nuova che magari non conosce il premio e vedere cosa piace loro, è un esperimento anche per i “grandi”. Questa cosa a Milano ha avuto abbastanza successo, è piaciuta a tutti; i ragazzi si sono sempre guadagnati tanti complimenti, tante stime esattamente come voi, di conseguenza Alba Donati, presidente del gabinetto G. P. Vieusseux, mi ha chiamato per chiedermi se potevo fare anche con voi questo progetto. Risposi entusiasta di sì, anche perché Firenze è una delle mie tre città.

Una di queste tre città è Firenze, l’altra è Milano e l’ultima?

L’altra è Padova, dove ho fatto quasi tutto il liceo scientifico. L’ultimo anno lo feci al Castelnuovo di Firenze, che tra l’altro è stato anche traumatico visto che mi ci hanno trasferito i genitori a dicembre, quindi a quinta inoltrata, già ero triste per il fatto che lasciavo i miei compagni di Liceo.

Crede che il premio, nei prossimi anni riuscirà a farsi conoscere ancora di più?

Te pensi che non sia tanto conosciuto?

Per certe cerchie di persone sì, ma non è esteso a tutte.

Hai ragione, per questo hai ragione, e la dimostrazione è data dal pubblico che avete visto, alla Cappella de’ Pazzi c’era tanta gente, stasera ci sarà tanta gente, però agli incontri minori, la risposta del pubblico non è stata tantissima. Non so se dipende dal Comune o da che cosa, perché i giornali, tutti, ne hanno parlato tantissimo; anche sui social se ne è parlato, ciò nonostante, riflettevamo ieri con Alba Donati, la notte bianca è piena di gente e a questo premio con degli scrittori MOLTO più importanti, no. Come mai? È colpa del Comune? No, in parte ha finanziato, sostiene comunque la fondazione Santa Maddalena, ha coinvolto le scuole con il premio dei giovani lettori, che è partito l’anno scorso e coinvolge cento ragazzi, ha reso partecipe le scuole anche con il progetto del giornale, con voi, che comunque siete ventisei. Non so se funzionerebbe, come dicevi te, di fare anche manifesti, guarda un po’ voi, vi siete incuriositi solo quando avete avuto l’opportunità di chiacchierare direttamente con gli autori, quella è stata la molla, perché avete incontrato persone che avevano qualcosa da dire, soprattutto se si è pubblicati in trenta paesi, non si diventa conosciuti in tutto il mondo se davvero non si ha un minimo di spessore. Quando ci sono queste persone tu la senti l’energia che ti passa, ed è quello il momento in cui ti incuriosisci, non solo degli scrittori ma anche di altri.                                                                                                                                                    La molla che fa scattare l’interesse, è l’esperienza. Anche voi avete trovato difficoltà, tra la vostra ricchezza interiori, la vostra curiosità a fare domande e la difficoltà a metterle su un foglio scritto. Quindi incontrare qualcuno che questa difficoltà ha imparato a superarla, e sa usare la parola per comunicare le infinite sfumature di esperienze di vita, è quello che fa scattare il meccanismo.

Ripeterà il prossimo anno l’esperienza all’interno del Premio?

Certo, siete stati bravissimo quindi sì. Sono esperienze che vanno condivise, voi l’avete già fatta e secondo me l’anno prossimo può fare un’altra classe, come è successo a Milano quelli che l’hanno fatta l’anno precedente sono poi tornati lo stesso l’anno successivo. Prima di Milano l’avevo fatto in piccolo anche a Verona, forse con una classe troppo “piccola”, sempre quasi tutti molto scettici all’inizio, non tutti perché la media non è assoluta, e poi tutti, invece, trovate qualcosa che vi illumina, che vi fa scattare. All’inizio molti mi chiedono quanto si debba stare, se si può andare via prima e poi sempre si forma un gruppo di fedelissimi che copre tutto il periodo, molto più a lungo di quanto imponga la scuola, c’è un gruppo che è stato qui dalle nove e mezzo di mattina, siete ancora qui, venite stasera e addirittura venite anche domani, che è un giorno fuori dalla programmazione. Questo qualcosa vuol dire, che vi mettete in gioco, e quando vi mettete in gioco, il gioco si fa più interessante, però se uno non lo fa non diventa interessante. L’idea di darvi un ruolo, che è banale in sé, ho visto che è quello che vi fa superare alcune timidezze, anche perché siete osservati da tutti quindi vi sentite più coinvolti e di conseguenza date del vostro meglio che alla vostra età è sempre moltissimo.

Youness Mattia Loutfi

Dany Laferrière: uomo di grande carisma

in Premio von Rezzori / Firenze by
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Presentazione del libro di Dany Laferrière “Tutto si muove intorno a me”, introduce Simona Fortuna

Il giorno 6 Giugno 2016 si è svolta la presentazione del libro “Tutto si muove intorno a me” di Dany Laferrière, introdotta da Simone Fortuna.

“Il cemento degli edifici più importanti, che non vibra, è quello che crolla prima”. Con questa frase Simone Fortuna apre la presentazione, continua dicendo che il ruolo dello scrittore è di raccontare i fatti, sperando che dietro il libro si pongano interrogativi. Laferrière in base a ciò che viene detto precedentemente, afferma che non sta allo scrittore dire se c’è o meno una causa universale ma spetta al lettore. L’obbiettivo di Laferrière è quello di dare una testimonianza diretta, infatti per lui era importante essere considerato come l’unico a scrivere nel momento esatto del terremoto.

In seguito il nipote chiede a Laferrière di non scrivere il libro, poiché è la generazione del giovane quella più colpita dal terremoto. Laferrière però si sente chiamato in causa, e citando Omero: “Dio manda sventure perché gli scrittori possano scrivere i canti” decide di continuare.

Alla domanda: “perché ha diviso il libro in cosi tanti capitoli?” lo scrittore risponde mettendo sullo stesso piano le esplosioni del terremoto con i capitoli, quindi un’esplosione di capitoli, considerando anche che il terremoto non riguarda solo lo scrittore ma anche tutte le persone coinvolte, da qui tante altre storie quante quelle delle persone. Inoltre “ironizzando”, tende a sottolineare l’ “effervescenza” della città la quale anche se apparentemente morta ancora trema, quindi è viva. La presentazione si conclude con una bellissima considerazione su Haiti da parte di Laferrière. Spiega che in seguito al terremoto il suo rapporto con la madre terra non sarebbe assolutamente potuto cambiare, perché quello rimarrà per sempre, ma non sa se ama Haiti di più o di meno anche perché dopo il verbo amare non si deve aggiungere altro. Amare “di più” o “di meno” non è vero amore.

Inoltre ci tiene a sottolineare che negli anni successivi sono stati destinati ad Haiti miliardi per una ricostruzione “fisica” della città, quando la vera ricostruzione sarebbe dovuta essere quella “umana”, infatti i mass media si sono scordati di quello che è successo alla sua terra.

La città e gli abitanti hanno resistito da soli, nessuno si aspettava o si aspetta soldi dall’esterno.

Cosimo Iacopozzi, Vittoria Cima, Selene Murittu e Youness Mattia Loutfi

Storie di realtà americana

in Premio von Rezzori / Firenze by
carolina_mischi

Intervista lampo a Carolina Mischi, una delle vincitrici

Alla fine della cerimonia di premiazione, siamo risusciti, nonostante la ressa, ad intervistare Carolina Mischi, vincitrice del Premio Gregor von Rezzori Giovani Lettori per la recensione di bark, di Lorrie Moore. Alba Donati, presidente del gabinetto Vieusseux, nel conferirle il premio, l’ha elogiata esclamando che la sua recensione era così ben fatta che leggerne un piccolo estratto, come era stato fatto per gli altri vincitori, non le avrebbe per niente reso giustizia.

Dal momento che sei riuscita ad ottenere l’onorificenza di essere ritenuta la migliore recensitrice di questa edizione, quanto ti sei fatta prendere dal libro e cosa ti ha lasciato a livello introspettivo?

CM: All’inizio è stato difficile immergersi nel libro, perché è appunto una raccolta di racconti e non fai in tempo ad immedesimarti in un personaggio che già il racconto è finito, senza una vera conclusione, però poi, rileggendoli, poiché a primo impatto non riuscivo a ricavarne molto, riesci a vederli da una prospettiva diversa e sono riuscita a captare un realismo molto più approfondito: il romanzo rispecchia la realtà americana molto più di quanto ci viene mostrato dai film, che non sono assolutamente realistici. Da una parte, ha un lato ironico, però da un altro è totalmente terrificante. È decisamente controverso.

Come ti sei sentita a vincere?

CM: Beh, innanzitutto, è stato molto imbarazzante, ma alla fine è stato bello ed emozionante. Non me l’aspettavo proprio!

Per concludere, quale elemento di originalità, anche stilistica, può aver distinto la tua recensione dalle altre?

CM: Io non ho letto le altre recensioni, se dovessi dire qualcosa attribuirei la sua originalità al fatto che l’ho scritta di getto, senza rileggerla troppe volte. Una sera mi sono messa lì e mi sono detta che dovevo scrivere la recensione, quindi l’ho fatto. In più mi sono soffermata sulle emozioni che mi ha trasmesso.

Purtroppo non abbiamo potuto intervistare gli altri vincitori perché non li abbiamo reperiti.

Carlotta Baglivi, Federico Balzani, Giulia Di Giorgio

La perdita del pensiero critico

in Premio von Rezzori / Firenze by
ferrero

Intervista a Ernesto Ferrero, direttore editoriale del Salone Internazionale del Libro di Torino

In un momento come questo e all’interno della società attuale, nella quale meno si pensa meglio è, ritiene che la promozione della letteratura e della cultura possa essere funzionale a preservare e ad incentivare il pensiero critico?

Questo è proprio il discorso che farò tra poco alla Premiazione in Palazzo Vecchio. Il problema è esattamente questo: mi sembra che viviamo in un’epoca in cui l’esercizio del pensiero critico e in generale della conoscenza non è molto pregiato. Siamo appiattiti in un presente precario, confuso e affannato, prigioniero di se stesso. Anche l’esercizio della memoria, non nostalgica ma critica, funzionale a cavar fuori dal passato elementi che servono alle generazioni di oggi, non è intrapreso neanche nelle scuole. Il passato è tutto messo sullo stesso piano, la Prima Guerra Mondiale così come i Faraoni..questo è uno dei tanti aspetti del problema. La stessa narrativa ci propone dei modelli di intrattenimento, spesso anche molto buoni. Per carità, questo va benissimo, ma come tutte le diete non possiamo solo nutrirci di intrattenimento. È ovvio che la lettura di un certo genere richieda un minimo di fatica, ma poco tempo fa riflettevo che nel campo della nostra corporalità siamo tutti disposti a sforzarci, facendo sacrifici per il nostro fisico, andando in palestra, facendo jogging, fatica che è considerata sana e produttiva. La stessa fatica applicata alla lettura invece no. Ci sono ricerche che dimostrano che la lettura è fondamentale nello sviluppo dei circuiti neuronali dei bambini e nel ritardo del degrado neuronale degli anziani. La lettura dovrebbe essere gestita dal Ministero della Sanità! La cosa curiosa è appunto questo rifiuto di una lettura critica preferendo generi che confermano quello che già sappiamo. Quindi iniziative come questa vanno nella direzione giusta, ma purtroppo non bastano. Noi, al Salone Internazionale del Libro di Torino, abbiamo investito molto sui bambini. C’è un bellissimo progetto che si chiama “Nati per leggere” che mette insieme bibliotecari e pediatri proprio per incentivare le famiglie e dire “Leggete ai vostri figli!”. Per quanto riguarda i genitori siamo sempre intorno al problema “Chi educherà gli educatori?”. Chi educherà i genitori ad essere genitori consapevoli che non possono cavarsela solo regalando telefonini e dando una paghetta? Poi ci lamentiamo se i ragazzi, non tutti ovviamente, sono quello che sono.. certo, se non investiamo niente su di loro!

Lei è Direttore editoriale del Salone Internazionale del Libro di Torino dal 1998: in questi anni ha potuto notare cambiamenti nella risposta del pubblico, in particolare nel periodo di crisi economica?

Come succede spesso in situazioni storiche come quella che stiamo vivendo si è creata una forbice: da una parte c’è un’elite sempre più preparata e avvertita, dall’altra c’è una massa brancolante nel nulla. A Torino c’è invece una specie di mistero gaudioso perché ogni anno noi registriamo un numero incredibile di affluenze, come duecentosettantamila passaggi, un pubblico di una competenza e di una sensibilità pazzesche! Le cito l’ultimo caso: il lunedì pomeriggio di quest’anno erano presenti trecentocinquanta persone ad ascoltare una lezione sulla matematica degli Arabi. Il paradosso italiano è che i lettori “forti” italiani sono più forti dei lettori “forti” degli altri paesi. Bisogna allargare questo cerchio di eventi perchè il pubblico risponde, ma manca un segnale forte dal paese.

Secondo lei quale innovazioni si potrebbero applicare al Premio Gregor Von Rezzori, che già è molto prestigioso, per renderlo ancor più conosciuto e partecipato?

Quello che ha fatto quest’anno, cioè coinvolgere i giovani. E per fare questo la giuria deve stare attenta a scegliere dei libri che siano capaci di coinvolgere ed interessare. È un discorso difficile da fare perchè si tratta di unire la sensibilità di chi sceglie e la sensibilità dei ragazzi, che la maggior parte delle volte è molto diversa, come è ovvio che sia. A proposito di questo c’è molto da riflettere.

Giulia Cozzi
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